Perché sono infelice?

Tutti dicono di voler essere felici, eppure pochissime persone riescono a raggiungere quella condizione che il vocabolario definisce come lo stato d’animo di chi ritiene soddisfatti i propri desideri. Sfortuna o paura?

Su consiglio del mio coach, ho iniziato a leggere un meraviglioso libro di Paolo Coelho: Lo Zahir. Questo testo racconta la storia di un uomo che, dopo la scomparsa della moglie (che da un giorno all’altro fugge senza lasciare alcuna traccia di se), intraprende un viaggio dentro se stesso e trascina il lettore negli sconfinati territori dell’interiorità e del sentimento. Una delle frasi del libro che mi ha particolarmente colpito e che mi ha spinto a scrivere questo articolo, è questa:

“Nessuno deve chiedersi mai -perché sono infelice?- In questa domanda alligna il virus della distruzione di tutto. Se ce la poniamo, è perché vorremmo scoprire che cosa ci rende felici. E se ciò che ci rende felici è diverso da quanto stiamo vivendo, o cambiamo radicalmente, oppure ci sentiremo ancora più infelici”

da Lo Zahir di P. Coelho

Ora fermati un secondo e prima di proseguire nella lettura pensa per un attimo alla tua vita. Visualizza la tua famiglia, le tue relazioni affettive, il tuo lavoro. E fai un breve check emotivo. Come ti senti? Che emozione provi?

Quando mi sono posto le stesse domande, qualche mese fa, dentro di me è esplosa una vera e propria bomba. Un fuoco che ha distrutto tutte le mie convinzioni e che mi ha fatto capire che la vita che stavo facendo non era la vita che volevo.

Forse è capitato anche a te. Sei alla guida dell’auto e stai andando a fare una commissione, a prendere un caffè con un amico o semplicemente stai andando a lavoro. Magari hai la radio accesa e la ascolti distrattamente. La velocità dei tuoi pensieri va di pari passo con quella della tua auto. Sono talmente veloci che ad un certo punto non solo ti rendo conto di essere arrivato, ma ti meravigli del fatto che non ricordi ne le canzoni che hai ascoltato ne il tragitto che hai seguito per raggiungere la destinazione. E ti chiedi: “ma come ci sono arrivato fino a qui?”

Siamo presi da così tante cose che viviamo le nostre vite con il pilota automatico ed è solo quando succede qualcosa di enormemente eclatante che ce ne rendiamo conto e che ci facciamo determinate domande. A questo punto le strade sono due.

C’è chi, pur di giustificare tutto il suo percorso, dà tutte le colpe alla sfortuna. Sfortuna per non essere nato nel posto giusto, nella famiglia giusta, di non aver incontrato persone che abbiano creduto in lui, che lo abbiano spronato a fare cose, di aver perso tempo appresso ad amori finiti male e tutta una serie di scuse per mettere a tacere quella voce interiore che grida disperatamente “non stai facendo la vita che avresti voluto vivere”. E chi, come me, dopo un grande esame di coscienza e una bella dose di auto consapevolezza, ha dato tutta la colpa alla paura.

Cresciamo con un certo tipo di formazione ed educazione. La nostra famiglia, la scuola, le persone che frequentiamo, “installano” in noi alcuni “programmi”. Ci modelliamo in base alle cose che ascoltiamo, vediamo e percepiamo e ad un certo punto ci identifichiamo con il “personaggio” che ci siamo creati. Inconsapevolmente diventiamo ciò che gli altri pensano di noi e ci hanno detto di essere. La paura nasce quando, nell’avvertire la discrepanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, non riusciamo ad agire. Rimaniamo fermi, immobili, oserei dire pietrificati, con il terrore di non essere capiti, di deludere chi ci vuole bene e, soprattutto, di restare da soli.

Ma è meglio fare ciò che pensiamo sia giusto per gli altri o fare ciò che riteniamo giusto per noi? E’ più intelligente rimanere ancorati agli errori del passato o navigare con nuovi obiettivi verso i successi del futuro? E soprattutto, è meglio vivere una vita infelice facendo finta di non esserlo oppure iniziare ad esserlo sul serio?

Perché la vita è una sola eh!? Non hai una seconda possibilità.

Iniziamo un percorso insieme?

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